CARO VLADIMIR! ECCO PERCHÉ PUTIN CI PIACE DI NUOVO

putin_159745418/11/2015 Hollande si allea con il Cremlino per le operazioni in Siria, Obama definisce “costruttivo” l’atteggiamento di Putin. I morti di Parigi fanno cambiare la politica internazionale. E la Russia…
“Li perseguiremo ovunque essi siano e li troveremo in ogni angolo del mondo”. Qualcuno riconosce queste parole? Sono di Vladimir Putin, certo, che le ha pronunciate ieri dopo aver visto cadere anche l’ultimo, fragile velo di dubbi sulle cause dell’esplosione dell’aereo russo sul Sinai. Ma non ricordano nulla? Sono quasi identiche a quelle, allora contestatissime, che Putin pronunciò nel settembre del 1999, da primo ministro con un piede già sulla soglia del Cremlino. Disse allora Putin: “Continueremo a perseguire i terroristi dappertutto: se li beccheremo al cesso, li ammazzeremo lì”.

Riferimenti peristaltici a parte, la frase è la stessa, l’intento è lo stesso, la determinazione è la stessa. Non è cambiato Putin, siamo cambiati noi: Hollande ora coordina le portaerei francesi con i bombardieri russi, Obama (ieri) ha definito il sire del Cremlino “un partner costruttivo” nelle trattative per avviare una soluzione politica del dramma siriano. Di colpo, la soluzione proposta dalla diplomazia russa (prima eliminiamo l’Isis, poi decidiamo che fare di Assad) pare l’unica, se non ragionevole, almeno concretamente realizzabile.

Siamo sinceri, per una volta. Tutto questo è successo non perché l’Isis ha fatto strage di siriani. Non perché ha cambiato la geografia del Medio Oriente. Non perché ha spinto le residue comunità cristiane (le prime e più antiche comunità cristiane della storia) sull’orlo dell’estinzione. Non perché ha colpito ovunque, dalla Tunisia alla Libia, dall’Egitto alla Russia. Ma perché, alla fine, ha colpito noi: la Francia, l’Europa, il nostro diritto a una vita serena e pacifica.

Il Putin del 1999 era il leader emergente di un Paese confuso che, solo un mese prima di quel discorso, aveva visto le Brigate Internazionali Islamiche muovere dalla Cecenia all’assalto del Daghestan. L’islamizzazione del movimento indipendentista ceceno, finanziata dai petrodollari in arrivo dal Golfo Persico, era ormai quasi compiuta. La brutalità della reazione russa, scaricata soprattutto sulla popolazione civile, l’aveva accelerata: più disperata si faceva la causa cecena, più alta sventolava la bandiera dell’islam fondamentalista e terrorista. Fino a quel 7 ottobre 2007 quando Doku Umarov, noto anche come Dokka Abu Usman, proclamò il califfato del Caucaso, con sostanziale anticipo sul califfato di Al Baghdadi e dell’Isis.

Anche qui, straordinaria simmetria: nel luglio di quest’anno l’Isis, dopo aver accettato il giuramento di fedeltà di una serie di gruppi islamisti russi, ha resuscitato il califfato del Caucaso, tramutandolo in provincia del più grande califfato guidato da Al Baghdadi. Doku Umarov fu ammazzato dai servizi segreti russi nel settembre 2013. Dove? In Qatar, dove si era rifugiato. L’attuale guida del “nuovo” califfato del Caucaso è Abu Mohammed al-Qatari, cioè: Abu Mohammed il Qatariota.

Come le Torri Gemelle fecero cambiare l’America, così la strage di Parigi fa cambiare l’Europa. Uno dei grandi cambiamenti è proprio questa (fino a poco tempo fa) inaspettata alleanza tra Russia (che si porta dietro l’Hezbollah libanese, l’esercito governativo siriano, le milizie sciite dell’Iran) e Francia (che si porta dietrola solidarietà della Ue). Compagnia curiosa, per la République e per Bruxelles. Ma il cambiamento, prima che politico, è culturale. Scottati dalla turpe violenza dell’Isis, riconosciamo oggi alla Russia ciò che le abbiamo negato per vent’anni: cioè il fatto di essere stata investita per prima dall’offensiva dell’islam radicale. Quello che era partito come movimento laico e autonomista era diventato, nei metodi e negli intenti, l’antesignano dell’Isis.

Siamo stati noi a cambiare, assai più di quanto siano cambiati Putin e la Russia che lui incarna. Ma adesso, per la prima volta in tre anni, si intravvedono i segnali di quanto lungamente auspicato, e cioè che la battaglia contro l’Isis (e contro il cancro fondamentalista che avvelena prima il mondo islamico e poi anche il nostro) diventasse la vera priorità dell’Occidente. E’ anche evidente che con questa imprevista alleanza la Russia di Putin rientra in Europa: è un po’ difficile considerare un paria da sanzionare colui che combatte al tuo fianco, che al tuo fianco cerca di riscattare le vite degli innocenti, suoi e tuoi, massacrati dalle stesse bombe e dagli stessi kalashnikov.

Siamo in cattiva compagnia? Putin è un brutale ex agente del Kgb e il suo regime una riedizione del “regno del male” di reaganiana memoria? Libero, e spesso giustificato, chi vuole pensarla così. A patto però di ammettere che in questi anni, tra presidenti e premier che inventavano armi di distruzione di massa dove non c’erano, sceicchi amici e finanziatori dei terroristi e dittatori assortiti, di cattive amicizie ne abbiamo frequentate parecchie. E senza troppi sussulti di coscienza.

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