Considerazioni libere (410): a proposito di una ferita che non riusciremo a curare…

Orazi
In queste ore, in cui leggiamo e ascoltiamo, fino alla noia, i commenti dei risultati elettorali, c’è una frase che mi ha colpito più di altre: la sconfitta mi appartiene. L’ha detto Roberto Giachetti, commentando l’esito del voto di Roma e l’ha detto, praticamente usando la stessa formula, il candidato della Lega a Varese. L’espressione ha perfino una sua qualche nobiltà retorica: il candidato sconfitto, con questa formula autoaccusatoria, sembra volersi far carico – unico e solo – degli errori che hanno portato appunto alla sconfitta. Temo non sia solo questo, purtroppo. Dietro questa frase c’è l’idea – diffusa, molto diffusa – che la politica non sia altro che lo scontro, più o meno muscolare, di due campioni, uno che vince e uno che necessariamente perde. E anche questi ultimi ballottaggi sono stati rappresentati come una sorta di rinnovata battaglia tra Orazi e Curiazi.
La politica è – o dovrebbe essere, o almeno a noi l’hanno insegnata così – un’altra cosa: impegno collettivo, condivisione di idee e di valori, sforzo comune, assunzione delle responsabilità da parte di tutti. In fondo i partiti rappresentavano anche questo, soprattutto questo: il luogo dove si faceva sintesi. E certo c’erano i leader – grandi leader – e c’erano i candidati, ma la responsabilità delle sconfitte – così come l’onere delle vittorie – era condiviso. Quando l’Italia era diversa, non credo che a nessun candidato sconfitto sarebbe venuta in mente una frase del genere – e non per schivare la propria parte, non piccola, di responsabilità – ma perché era quell’entità collettiva, il partito appunto, che aveva vinto o perso, e quindi la sconfitta – come la vittoria – non apparteneva al candidato, ma al partito. E infatti una delle funzioni fondamentali dei partiti era quella di selezionare e di scegliere i candidati. I meccanismi di questa selezione e di questa scelta non sempre erano trasparenti, non sempre erano lineari, non sempre erano giusti, ma comunque sia portava il livello della responsabilità dal singolo al collettivo. Sempre, in ogni occasione.
Se un giovane che non ha conosciuto quell’Italia lì mi chiedesse qual è la vera differenza tra quelle che ci siamo abituati a chiamare la prima e la seconda repubblica, direi che è proprio questa. In pochissimi anni, distrutti i partiti storici, la politica è diventata via via il campo di leader nazionali e locali sempre più autonomi, sempre più “padroni” delle sconfitte e delle vittorie.
Ci sono state precise scelte istituzionali che hanno portato a questo: l’introduzione dell’elezione diretta degli amministratori locali, dal sindaco al presidente della Regione, la scelta del maggioritario, la decisione di indicare il candidato alla presidenza del consiglio nella scheda elettorale e così via. Scelte a cui non ci siamo opposti, ma che anzi abbiamo auspicato e reso concrete, tagliando il ramo su cui eravamo seduti.
Poi ci sono state le scelte politiche che hanno accompagnato – e in qualche modo esasperato – questa tendenza a personalizzare la politica. La prima risposta, all’inizio degli anni Novanta, alla fine dei partiti della Costituente è stata la creazione di un partito inedito per la storia di questo paese, come Forza Italia, un partito personale, un partito in cui le candidature venivano assunte – quando non per ragioni clientelari o per le particolari “simpatie” del proprietario del partito – secondo criteri dettati dal marketing: quello veniva candidato perché più adatto a vincere. E quindi se non vinceva era lui il responsabile della sconfitta, la sconfitta era sua. Ecco dove è cominciato. Poi nel campo cosiddetto progressista è stata introdotta l’ideologia delle primarie, togliendo al partito l’ultimo potere rimasto, per consegnarlo a una sorta di ordalia dalle regole incerte, cambiate in funzione dell’obiettivo da raggiungere e del candidato da far emergere, e in cui spesso si sono inseriti interessi altri e diversi, pilotandone l’esito. Infine è nato un partito che ha rifiutato da subito di essere considerato tale – e anzi ha fatto di questo rifiuto di essere definito partito il suo principale tratto ideologico – e in cui le scelte dei candidati vengono fatte in maniera oscura, per usare un eufemismo. E in questa crisi sono nate in tutto il paese leadership locali, più o meno estese, a volte ereditarie, a volte legate in maniera clientelare ai partiti nazionali, a volte slegate e in contrapposizione a essi. L’esito di questa nuova tornata amministrativa è sintomatico di questa svolta: a Salerno è stato eletto l’erede politico del ras Vincenzo De Luca, a Benevento è stato eletto il redivivo Clemente Mastella, a Napoli ha vinto Luigi De Magistris, personaggi diversi, molto diversi tra di loro, eppure tutti il segno della crisi della politica dei partiti e dell’affermarsi di una personalizzazione molto spinta. Che spesso non va oltre la figura del leader. Emblematico il caso di Milano: Giuliano Pisapia è stato eletto cinque anni fa con un grande consenso, ha governato bene la città e probabilmente sarebbe stato rieletto, ma, una volta che ha deciso di non continuare la sua esperienza amministrativa, la lista da lui promossa ha avuto esiti ridicoli; e temo succederà qualcosa di simile a Napoli, quando De Magistris sarà costretto a lasciare, se non sorgerà intanto un’altra “stella” popolare come lui.
Il dramma è che è ormai impossibile tornare indietro, perché in questi quasi trent’anni è stata fatta una campagna sistematica contro i partiti, a favore della personalizzazione della politica. Quando un esponente del Movimento Cinque stelle ha provato a porre il problema e ha proposto una sorta di congresso costitutivo di quel soggetto politico, è stato isolato e poi espulso: la vicenda di Federico Pizzarotti è tutta qui, al di là delle altre considerazioni di facciata. Il dramma è che i partiti sarebbero il vero e unico strumento per ridare un potere ai cittadini, un potere sostanziale e reale, ma sono gli stessi cittadini che beneficerebbero di ciò a rifiutare questo strumento, a voler espungere perfino questa parola dal lessico politico, a disprezzare l’unico strumento che in qualche modo li potrebbe difendere dalle oligarchie, dalle scelte dettate da forze i cui interessi sono sempre in contrasto con quelli dei cittadini. Guardate come sono riusciti a trasformare il referendum di ottobre, che non è più il confronto tra due opzioni di riforma costituzionale, ma il plebiscito su una persona; quando – come spero – vinceremo il referendum, loro avranno comunque riportato una vittoria, perché noi ci saremo piegati alla loro logica, una logica antidemocratica e profondamente oligarchica.
Mi chiedo spesso come siamo arrivati a questo, se avremmo potuto fare qualcosa per fermare questo attacco così violento alla democrazia, il più violento della storia repubblica, ancora più violento di quello subito negli anni della strategia della tensione e delle stragi fasciste. Ricordo però che avvenne tutto in fretta, molto in fretta: nel 1990 quando io venni eletto per la prima volta in consiglio comunale a Granarolo, alle elezioni si erano presentati la Dc, il Pci e il Psi, ossia i tre partiti della Costituente, e dopo cinque anni, alla fine di quel mandato, nessuno dei tre partiti esisteva più. Allora non capimmo che qualcuno aveva voluto che sparissero, qualcuno che poi negli anni successivi avrebbe colmato il vuoto lasciato dalla mancanza dei partiti, qualcuno che ancora adesso sta tramando per diminuire gli ambiti democratici del paese, per rendere più deboli gli strumenti della democrazia rappresentativa, per far diventare la nostra repubblica un’altra cosa, anche attraverso le riforme e anche attraverso la nostra accettazione di questo stato di cose attraverso un voto referendario.
Fino a che non faremo i conti con questa storia, con gli errori che facemmo allora, e che per troppo tempo abbiamo fatto finta di non vedere, allora non riusciremo a ricostruire qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo, qualcosa che potremo lasciare – non vergognandoci – a quelli che verranno dopo di noi.
Pubblicato da Luca Billi

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