La libertà femminile nell’Italia repubblicana


di Cinzia Abramo
In occasione delle elezioni per l’Assemblea costituente, per la prima volta le donne italiane esercitarono il diritto di voto e il diritto di essere elette in una assemblea rappresentativa. Entravano a far parte della comunità politica nazionale. Gli anni di storia che ci separano da quella data sono stati densi di trasformazioni. Non a caso in riferimento ai profondi cambiamenti culturali e di stile di vita che hanno attraversato la società e la famiglia nella seconda metà del secolo scorso si è parlato di rivoluzione femminile. Una rivoluzione che ha interessato tutto il mondo occidentale.
Se si dovesse ricercare una prima radice di questa storia della libertà femminile nell’Italia repubblicana, senza nascondere i salti e le discontinuità di cui ogni storia è fatta, sicuramente dovremmo rivolgerci alle ragazze che nel 1943, pur avendo ereditato un ruolo codificato da secoli ed essendo cresciute in un regime che aveva escluso le donne dalla sfera pubblica, scelsero l’impegno e la Resistenza. È un passaggio cruciale della costruzione della soggettività femminile nel nostro paese, senza il quale anche il riconoscimento del diritto di voto alle donne sarebbe stato più difficile. Il decreto legge che estendeva il voto alle donne (1° febbraio 1945) significativamente dimenticò l’elettorato passivo, che fu concesso in un secondo decreto del marzo 1946, a ridosso delle amministrative. Ventuno donne furono elette nella Costituente, duemila nei consigli comunali.
Il 2 giugno del 1946 finalmente tutte le donne italiane poterono recarsi alle urne ed essere elette. Sui banchi dell’Assemblea costituente sedettero le “prime parlamentari”: nove della DC, nove del PCI, due del PSIUP ed una del partito dell’Uomo qualunque.

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