La palude renziana

  Norma Rangeri, 13.2.2015

Matteo Renzi © Lapresse/Reuters
Alla scena rumo­rosa dei tumulti sui ban­chi di Mon­te­ci­to­rio da oggi se ne sosti­tuirà una silen­ziosa ma non per que­sto meno inde­co­rosa. Quella di un’aula par­la­men­tare mezza vuota, abban­do­nata dal varie­gato car­tello delle oppo­si­zioni. Dalla Lega a Fi, da Sel ai 5Stelle, tutti insieme per la scelta estrema di non essere né com­plici, né spet­ta­tori di una riforma che sfi­gura la Costi­tu­zione e inco­rona il pic­colo Cesare.

But­tare giù la Carta della demo­cra­zia par­la­men­tare non è un pranzo di gala e che gli animi si accen­dano è il minimo. Suc­cede dai tempi di Cavour e Gari­baldi, anche se que­sta volta le botte non sono volate tra destra e sini­stra ma tra i depu­tati del Pd e di Sel. Tut­ta­via non si tratta più di una que­stione di buone maniere, dif­fi­cili da man­te­nere tanto più se l’assemblea si vede imporre tempi e modi della “con­tro­ri­forma” da un pre­si­dente del con­si­glio che si aggira di notte come un ladro per i cor­ri­doi di Mon­te­ci­to­rio a rac­cat­tare voti minac­ciando le ele­zioni anticipate.

La scelta dell’Aventino è così solo l’ultimo atto di una brutta sto­ria di pre­va­ri­ca­zione, costante e con­ti­nua, di ogni regola e pro­ce­dura. Tra i tanti esempi dello stil novo ren­ziano baste­rebbe ricor­dare l’episodio della sosti­tu­zione dei sena­tori del Pd che in com­mis­sione non vota­vano come Renzi e Boschi comandavano.

La deci­sione di lasciare che il governo Renzi-Alfano approvi in soli­tu­dine la nuova Costi­tu­zione pur­troppo fa parte di uno sce­na­rio tutt’altro che ine­dito. Il tri­ste spet­ta­colo fu messo in scena quando Ber­lu­sconi varò la sua riforma, oltre­tutto anche molto simile a quella in discus­sione oggi, e per for­tuna poi boc­ciata dal refe­ren­dum (come spe­riamo si ripeta que­sta volta).

Oggi Renzi ne segue le orme inte­stan­do­sene una per­sino peg­giore (per esem­pio sulla com­po­si­zione del nuovo senato: allora dimi­nuiva il numero dei sena­tori ma l’elezione era di primo grado). E in ogni caso ispi­rata da un’idea della poli­tica (e del governo) che risponde alla stessa logica, alle mede­sime priorità.

Se non si stesse gio­cando una par­tita così impor­tante per gli assetti demo­cra­tici saremmo di fronte a una pes­sima farsa, con i par­la­men­tari ber­lu­sco­niani che scen­dono dal carro del vin­ci­tore e sal­gono sulle bar­ri­cate dell’opposizione pro­met­tendo di far vedere a Renzi «i sorci verdi». La minac­cia, che arriva dal pit­to­re­sco capo­gruppo Bru­netta, più che spa­ven­tare gli avver­sari del Pd sem­bra piut­to­sto voler attu­tire le divi­sioni della pro­pria truppa.

Del resto anche la bat­ta­glia delle oppo­si­zioni di sini­stra e dei 5Stelle, aldilà dell’impatto sim­bo­lico, rivela una evi­dente debo­lezza. Chi per bal­danza, chi per un malin­teso senso di respon­sa­bi­lità verso la “ditta” non è riu­scito a fer­mare il treno ora decide di togliersi dai binari.

Restano le mace­rie di un qua­dro poli­tico fran­tu­mato che, oltre­tutto, die­tro l’arroganza ren­ziana non può nem­meno esi­bire la forza del deci­sio­ni­smo cra­xiano ma solo offrire la palude di un potere balcanizzato.

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