Non basta un ritocco, serve un No

Legge elettorale. Non è una questione di toni ma di scelte. Come la pretesa di sapere chi governa la sera del voto
Massimo Villone
Una grande melassa: questo rischia di diventare il dibattito sul referendum e sulle riforme. Si paventa la guerra, si sollecitano coesione e confronti pacati. Le aperture di Renzi sembrano accogliere suggerimenti autorevoli, ma rimangono vuote di contenuti e iniziative concrete.

Alla fine, è l’autoreferenziale arroganza di un premier troppo amante dei selfie che spacca il paese su quello che mai dovrebbe dividere, e cioè la Costituzione. Mentre il referendum non è una partita di ceto politico, né si esaurisce nel bon ton istituzionale. Siamo di fronte a linee alternative che in ultimo toccano la vita quotidiana, i diritti e le libertà di tutti. Da un lato potere di comando concentrato nelle mani dell’esecutivo, dall’altro piena rappresentanza politica, diritto di voto davvero libero e uguale, partecipazione e istituti di democrazia diretta forti ed efficienti.

Non è una questione di toni e linguaggi, ma di scelte. Lo stravolgimento istituzionale viene dal mantra per cui la sera del voto si deve sapere chi vince e chi governa. E che fatalmente porta – in un sistema non più bipolare ma multipolare – a confezionare vittorie taroccate. È qui che una minoranza nei voti diventa artificialmente una grande e truffaldina maggioranza nei seggi. È qui che si colpisce il sistema di checks and balances. È qui che si stravolge la rappresentanza del paese che c’è nella rappresentazione parlamentare di un paese fittizio, che non esiste.
Rappresentanza o rappresentazione? È una scelta non eludibile con un minuetto in cui tu apri a coalizioni e apparentamenti, e io ti lascio in cambio il premio di maggioranza, tu mi dai il capolista votato con la preferenza, e io accetto il ballottaggio.

Il caso spagnolo – un tempo esempio cogente per gli stessi aspiranti riformatori di oggi – insegna che nessun sistema elettorale dà certezze di vittoria. La Francia ci dice che il doppio turno può portare qualcuno nelle stanze di governo, ma non contrasta la crescita di soggetti politici antagonisti o anti-sistema, né può evitare la lenta morte politica del vincitore, tanto da avere un’anatra zoppa già a metà mandato.
Personalmente sono da molti anni convinto che una buona legge elettorale per il nostro paese, tale da contemperare esigenze di governabilità, qualità degli eletti e rappresentanza politica, sarebbe data dal modello tedesco. Ma bisogna comunque sapere che le più sofisticate architetture istituzionali non mettono le brache alla politica.

Parole chiare, dunque. Anche perché il cambiamento più o meno radicale dell’Italicum lascia intatta la necessità di votare No nel referendum.

È la Renzi-Boschi che colpisce la capacità rappresentativa dell’istituzione parlamento, con la cancellazione non già del Senato, ma del diritto degli italiani di votare e scegliere i senatori. È la Renzi-Boschi che frantuma il procedimento legislativo in una pluralità di modelli, che possono solo portare a ritardi e conflitti. È la Renzi-Boschi che mette nelle mani dell’esecutivo l’agenda parlamentare attraverso il voto a data certa. È la Renzi-Boschi che inganna sulla partecipazione, rafforzando solo in apparenza gli istituti di democrazia diretta. È la Renzi-Boschi che ripristina il centralismo statalista ben oltre le opportune correzioni del titolo V malamente riformato nel 2001.

Ed è infine la Renzi-Boschi che chiude la strada a soluzioni più equilibrate, che bene si potevano cercare, bastava leggere gli atti parlamentari o ascoltare le audizioni. Non si è fatto, ed è la prova del dolo. Un Italicum approvato molto prima della Renzi-Boschi, ma già scontando il carattere non elettivo del senato, dimostra poi che il dolo comprende in un disegno unico legge elettorale e revisione costituzionale.
È certo questo disegno doloso che rende la Renzi-Boschi un pericolo per la democrazia. Ma se anche l’Italicum fosse mondato dei suoi veleni la Renzi-Boschi rimarrebbe una pessima e pericolosa riforma. Qualunque cosa ci dicano, da ultimo, l’ambasciatore Usa e l’agenzia Fitch. La smettano, a palazzo Chigi, di mendicare appoggi dai potenti. È una figura da mentecatti. E sarà anche peggio quando vincerà il No.

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