Stefano Bonaga: Una nuova politica per i nuovi cittadini

Stefano Bonaga | 17 marzo 2016 | Comments (0)
Diffondiamo da www.repubblica.it del 17 marzo 2016

Questo testo ideato da Stefano Bonaga sulla partecipazione alla politica, è condiviso e sottoscritto da Stefano Benni, Alessandro Bergonzoni, Stefano Besoli, Sergio Brasini, Vittorio Capecchi, Ermanno Cavazzoni, Amina Crisma, Gianluca Farinelli, Vittorio Franceschi, Giuseppe Gazzoni Frascara, Luca Guidetti, Piero Ignazi, Maurizio Matteuzzi, Riccardi Rodolfi, Giorgio Tassinari e Nadia Urbinati

L’agire politico di grandi masse nel secolo scorso è stato profondamente influenzato dal paradigma della parola “comunismo”. Essa risulta peraltro quasi impronunciabile nel presente, a causa delle tragedie che in nome di questa parola si sono consumate. Ma, in ultima istanza l’idea che ne costituisce il significato si riduce più o meno a un semplice enunciato, figlio di un immaginario inevitabilmente povero: a ciascuno secondo i propri bisogni, da ciascuno secondo le proprie possibilità. Il soggetto implicito che pronuncia questa frase è l’organizzazione politica della società comunista ideale. La storia politica delle democrazie moderne – sebbene non ispirata naturalmente a questo modello – ha tuttavia operato una scissione di fatto dei contenuti di questa frase. Il sistema politico – partiti e istituzioni – si è presentato sulla scena della democrazia come delegato a soddisfare sì i bisogni di ciascuno (in termini di istanze economico esistenziali: lavoro, sanità, scuola, casa, trasporti, ambiente, cultura etc. e di istanze giuridiche: diritti, doveri, giustizia, sicurezza etc.) ma si è peraltro sottratto completamente alla promozione delle istanze di espressione attiva e di maturazione del corpo sociale, delegandole al privato.

Ciò che si intende qui non ha nulla a che vedere con il dirigismo statale della vita privata, piuttosto il fatto che si è rinunciato ad un’etica e una pratica politica in grado di promuovere la disponibilità e la responsabilità dei cittadini a contribuire attivamente alla vita politica della comunità al di là della delega fiduciaria. Il cittadino si aspetta dal pubblico – politica e istituzioni – la soddisfazione dei propri bisogni e il pubblico rinvia al privato per l’espressione della potenza umana, nella forma eminente delle pratiche e dell’affermazione individuali. La rappresentanza politica, al suo meglio, si propone come espressione delegata degli interessi materiali ed eventualmente culturali, ma confinando questi ultimi nel terreno della formazione dell’individuo, non del cittadino, che per sua origine e natura è attore e responsabile con gli altri della vita della comunità. Per partecipare ad essa vengono attualmente richieste azioni relative a due soli ambiti: il vincolante pagamento delle tasse e il non vincolante assenso elettorale. Il risultato miserevole di tale paradigma è che, a fronte di due sole prestazioni previste e sempre meno esercitate, la delega è perennemente connessa alla delusione diffusa su come viene esercitata, mentre i delegati sono perennemente condannati a promesse eccessive.

Deve partire, dobbiamo far partire da Bologna un processo esemplare di pacifica rivoluzione politico culturale che combatta in maniera radicale questo paradigma impotente e perdente, e collochi al centro del dibattito e dell’azione politica lo sviluppo della potenza della cittadinanza, da intendersi come produzione e selezione di possibilità sociali operative e cooperative. L’esperienza di Libera a livello nazionale, esperienze come Labas, XM24, e delle social streets, o come il MAST e l’Opificio da parte di imprenditori socialmente illuminati, a livello locale, e peraltro la molteplicità esistente di attività di autonomia e autoorganizzazione, innumerevoli idee di innovazione diffuse rappresentano già un micropanorama visibile e interessante in ordine a questi temi. Il valore della potenza di cittadinanza costituisce l’ultima irrinunciabile risorsa per fronteggiare la crisi della democrazia ai tempi di una società non più stratificata ma complessa e funzionalmente differenziata.

La configurazione storica della società stratificata – fino ad oltre la metà del secolo scorso – comportava una certa uniformità di interessi all’interno della stessa classe o ceto o strato sociale. Lo sviluppo della scolarità, della cultura, del sistema abitativo, del sistema dei trasporti, delle risorse per il tempo libero, della comunicazione etc. comporta oggi, pur in presenza di alcuni interessi comuni, la proliferazione differenziata di desideri, istanze, vocazioni, opportunità, culture e immaginari complessissima, e dunque non consente a questa molteplicità di essere classicamente rappresentata, se non a livello delle inevitabili procedure legislative delegate, le quali peraltro risultano inadeguate e inefficaci in assenza di coesione e di partecipazione politico sociale effettiva. La democrazia non può realizzarsi, nel tempo presente, che prendendo sul serio il senso del kràtos – potenza effettiva – che non a caso non è archìa, cioè comando. Monarchia e autarchia sono infatti forme del comando, sia che la delega legittimante provenga da Dio sia che provenga dal Popolo. Ma è ora che tale potenza si accinga a sperimentare la propria forza diretta, a concepire la partecipazione non solo come un saltuario prender parte a processi di delega ma come prendersi costantemente parti di mondo e trasformarle, in processi di autorganizzazione, di iniziative autonome, di progettazione e cooperazione atte a costituire le condizioni effettive dello sviluppo sociale ed anche della stessa efficacia legislativa.

Siamo invasi dal prevalere di una ideologia mediatica maggioritaria caratterizzata da ciò che potremmo definire leaderlatria e nomolatria: essa influenza pesantemente aspettative e pretese popolari che vengono proposte come soddisfatte solo da leader carismatici e da leggi salvifiche; la cultura dell’attività politica viene ridotta alla cronaca delle battaglie per ottenere la vittoria di un partito o di una coalizione sugli altri. A loro volta i partiti – di fatto in via di estinzione numerica e funzionale – formano le classi dirigenti praticamente solo attraverso le procedure della loro selezione: infatti la formazione delle classi dirigenti procede nel tempo vuoto dell’attesa della loro selezione ratificata. Dal canto suo, il cittadino dovrebbe solo pagare votare e sperare. Ma sappiamo che la speranza non è una virtù della Ragione. Quindi solo formando, diffondendo ed esercitando cittadinanza attiva e critica si crea il terreno politico per la stessa selezione delle classi dirigenti il cui ruolo viene ormai autoconfinato all’appoggio, totale o con riserva, delle attività parlamentari e di governo e alla gestione dei poteri di comando locali. Esse sembrano ormai aver rinunciato di fatto alla sempre più cogente funzione di costruire corpi sociali intermedi atti alla sempre più necessaria negoziazione degli interessi in ordine alla coesione sociale e alla maturazione di cittadinanza. Cosicché, addormentando i cervelli, lasciano la parola e l’ascolto alle pance. Dunque è ora di sollevarsi e sollevare questi temi al livello del pensiero e delle azioni comuni. Gli strumenti adeguati a tale fine possono risultare solo da una riflessione e sperimentazione collettiva. Per gli attivisti di questa politica nuova deve davvero valere in primis la seconda parte della definizione del comunismo. Da ciascuno secondo le proprie possibilità.

I commenti sono chiusi.