VENTOTENE’S VAUDEVILLE: LA PENOSA AGONIA DELL’€UROPA SPIAGGIATA

Schakleton-41. La costruzione €uropea, – contrariamente a quanto ritengono gli z€loti che vivono di luoghi comuni, facitori e vittime della propaganda neo-ordo-liberista -, è stata guidata dalla volontà USA di governare l’intero Occidente (qui p.2 e qui, per la traduzione della fonte ufficiale), assicurandosi, per la sua parte più importante (cioè il “vecchio” continente), due certezze considerate imprescindibili:
a) ancorare il continente “madre” (o “padre”) all’economia di mercato, in contrapposizione a ogni cedimento “socialista” al bolscevismo sovietico, e trascinarlo in tutte le successive evoluzioni economico-ideologiche del “mercatismo”, preparatorie e posteriori alla “caduta del muro” (in particolare il Washington Consensus);
b) agevolare il conseguente perseguimento delle strategie geo-politiche ritenute opportune dagli USA stessi – o meglio dal suo establishment sentitosi trionfatore della guerra fredda e emblema della “fine della Storia”-, in quanto naturali leaders di questo blocco omogeneo di paesi trasformati in sinergici ausiliari “liberal-liberisti”: l’agevolazione consentita dall’€uropa è quella di avere un interlocutore unico allorquando occorra garantire un coordinamento politico, ossequioso della linea stabilita al centro dell’Impero, verso le aree diverse da questo blocco (come insegna la vicenda dell’Ucraina e, in misura più incerta, quella dei Balcani, della Libia e del Medioriente…).

2. Sul piano geo-politico questa strategia ha avuto alterne fortune, lamentandosi la ritrosia europea all’aggressività e alla spesa militare, ritenute indispensabili segni di riconoscenza per l’ombrello NATO garantito durante la quasi-immaginaria paranoia dei “carri armati di Stalin” (almeno a condividere l’attenta ricostruzione di un insider come Craig Roberts); ma sul piano dell’assetto economico-ideologico, si è trattato di uno straordinario successo, almeno in termini di revanche su quel paradigma keynesian-sociale che aveva caratterizzato la concessione, ai popoli europei, del welfare costituzionalizzato (al massimo grado in Italia), sacrificando, ma solo momentaneamente e comunque col presidio tattico garantito dalla Germania, l’urgenza del ripristino del capitalismo anteriore alla crisi del 1929.

Questa premessa (storica e strutturale, e quindi fenomenologica), ci consente di dire che gli eventi fondamentali che caratterizzano la costruzione €uropea, proprio per la sua natura di strumento della strategia mondialista degli USA, ha sempre più senso cercare di comprenderli su fonti di analisi e di informazione provenienti dagli USA stessi, piuttosto che dall’€uropa, data la sudditanza e lo stato di alterazione permanente in cui vivono le classi dirigenti e i media dei paesi aderenti all’UE(-UEM).

3. Ora, questo stesso criterio va a maggior ragione seguito per l’evento del summit di Ventotene: in termini pratici, com’era assolutamente scontato, esso non ha avuto alcun significato risolutivo o di rilancio della crisi in cui versa l’Unione.
E non poteva essere diversamente: la Germania non sente di essere in crisi e, comunque, segue le politiche che le sono congeniali nel proprio irrinunciabile interesse nazionale (qui pp. 2-3).
L’UE, e ovviamente più ancora l’euro, sono solo strumenti di potenziamento di questo interesse nazionale che possono essere accettabili, a norma della sua stessa Costituzione, solo a condizione che tale convenienza rafforzata sia effettivamente raggiunta.
Gli altri paesi, su tutti l’Italia, – che rappresenta(va) allo stadio più avanzato il modello costituzional-keynesiano e che quindi andava normalizzata, a colpi di “riforme”, più e prima di ogni altro Stato “nazionale” europeo, rivestendo ciò un prioritario valore simbolico per gli stessi USA- versano invece in una sempre più grave crisi strutturale, posta in relazione di dipendenza inversa con la “prosperità” perseguita dalla Germania.
Perciò l’esito del summit di Ventotene era già scritto.

4. Leaders disabituati a decidere perchè parte di classi politiche guidate da decenni di strategia behind the scene degli USA, che restringe ogni possibile azione di governo alle riforme neo-liberiste-supply side (sperimentate per prime dal FMI sui paesi in via di sviluppo); leaders ormai persino nati e cresciuti dentro la “addiction” dei parametri rigidi e degli automatismi di cui l’ordoliberismo strumentale ha infarcito trattati immodificabili (prima ancora che inaccettabili per qualsiasi democrazia sostanziale), non hanno alcuna attitudine a risolvere i problemi derivanti dall’eurozona: per essere in grado di farlo, se non altro, dovrebbero rinnegare se stessi apertamente e, implicitamente, le politiche seguite ottusamente per oltre 30 anni dai ranghi partitici da cui provengono.
Dovrebbero perciò sopportare un costo altissimo in termini politici e personali: quello di guidare una sostanziale rivoluzione – perché a questo corrisponderebbe una modifica dei trattati in senso veramente risolutivo della crisi di crescita e di identità sociale che hanno provocato con la loro applicazione.
Insomma, dovrebbero realizzare nella sostanza un vero e proprio cambiamento di classi dirigenti, mettendo in discussione, prima di tutto, la propria stessa esistenza politica.
Perché in ciò e solo in ciò consiste una “rivoluzione” e non una messa in scena cosmetica da dare in pasto ai media addomesticati o, nella migliore delle ipotesi, ormai deprivati delle risorse culturali per interpretare il presente (che essi stessi hanno decisivamente contribuito ad alterare sul piano della percezione culturale).

5. Dunque, una rifondazione €uropea che partisse dal simbolo di Ventotene, rinviando al suo “Manifesto”, – cioè a quello pseudo-mito fondativo che persino Marco Gervasoni, nel commentare l’imminente vertice, indica come qualcosa che NON è stato tradito quanto, semmai, rispettato, nei suoi contenuti programmatici fondamentali- , non poteva che essere un’operazione inutilmente cosmetica, nelle implicite ma necessarie intenzioni dei partecipanti, e, obiettivamente, fallimentare.
Basti riportare l’unica dichiarazione della Merkel, in conferenza stampa, che abbia avuto un qualche concreto significato:
“Renzi non può piegare le regole fiscali dell’eurozona all’obiettivo della crescita italiana”.
Il tutto condito dal consueto, e ormai stucchevole, “Renzi è un leader coraggioso e siamo impressionati dalle riforme da lui intraprese”.
Un contentino che, assunto in una corretta operazione interpretativa, alla luce di quanto abbiamo detto in premessa equivale a dire
“voi avete fatto, comunque in ritardo, le riforme chieste dal paradigma socio-economico voluto dagli USA, ma questo è un merito secondario, perché se volete risolvere i vostri problemi dovete essere come noi e se non ci riuscite ne pagherete il duro prezzo, perché le regole fiscali dell’eurozona vi vincolano e se stanno bene a noi non c’è motivo al mondo per cambiarle”.

6. Capirete bene che date queste premesse, questo svolgimento del copione e questo esito iperscontato, il vertice di Ventotene è risultato essere appunto solo un cosmetico teatrino, a ruoli classici precostituiti come nel miglior (o peggior) vaudeville borghesotto.
Più interessante, dunque, vedere come interpreti la cosa il solito International New York Times (oggi, pag.1 e prosecuzione a pag.4):
“I 3 leaders europei trovano una scarsa consolazione nel summit post-Brexit”.
L’articolo ci riporta la ben nota cornice di tre leaders indeboliti a casa propria – e questo non lo si enfatizza mai abbastanza quando si dà per scontato che, stranamente, si “transustanzierebbero” nel loro ruolo svolto in sede €uropea-, e che, comunque, rimangono “divisi sulle questioni chiave”.
E il NYT, senza troppi giri di parole, indica come primariamente “chiave” quella della “flessibilità sui rigidi parametri di bilancio fiscale per i 19 paesi dell’eurozona”.
E tanto basterebbe: il bla-bla-bla sui problemi degli immigrati e disoccupazione giovanile, è solo un contorno. Ma per forza di cose: entrambi i problemi sono finanziariamente e socialmente devastanti e risultano irrisolvibili, come evidenzia con scetticismo il NYT, soltanto all’interno di quei “rigidi parametri fiscali” che, peraltro, servono esclusivamente a mantenere in vita l’euro e, quindi, accontentano solo la Germania che dell’euro è l’unico (grande) paese che si avvantaggia.

7. Si tratta poi essenzialmente di un problema di mercato deflazionista del lavoro (il più amato e vezzeggiato dai neo-liberisti al potere nei due lati dell’Oceano): abbiamo visto come gli USA, i primi ad applicarlo a casa loro in nome della finanziarizzazione restauratrice dell’economia, siano anch’essi sempre più dubbiosi sulla validità (stocastica) del retaggio monetarista e della dottrina delle banche centrali indipendenti, basato sulla crescita garantita dalla coerenza delle politiche sulle “aspettative inflazionistiche” degli operatori economici.
Ma i loro stessi momenti di crisi vocazionale e sistemica, il NYT, li inserisce in un trafiletto a pagg.16 e 18, mentre alla crisi dell’eurozona, perché è di questo che si tratta (anche se sfugge ai media italici la distinzione col resto dell’unione europea e l’estraneità del tutto al problema Brexit), dedica la prima pagina.

Ed è naturale che sia così: noi abbiamo l’euro e questo comporta INEVITABILMENTE, come sottolinea il NYT, che “non c’è alcuna chiarezza su come o perché questi sforzi – di garantire la sicurezza esterna e interna, di ridare slancio alla crescita e all’occupazione, di fare “programmi speciali” per i giovani, che sopportano il flagello della disoccupazione ovunque tranne che in Germania- dovrebbero avere successo dopo che sono in precedenza sempre falliti”.

8. E qui arriva la parte predittiva dell’analisi:
“Tuttavia le pressioni sono immense; se l’Europa non fronteggia le sue molte sfide, i sentimenti anti-UE potrebbero montare e anche condurre ad ulteriori referendum per lasciare il blocco”.
Segue un elenco di sintomi di disgregazione e di connesse scadenze:
“gli olandesi sono nervosi, dopo aver votato contro l’UE sull’accordo relativo all’Ucraina, in un referendum di questa estate”.
In Austria “si rivota per le elezioni presidenziali il prossimo 2 ottobre, dove un politico di estrema destra potrebbe vincere per la prima volta dal lontano 1945. Quello stesso giorno, l’Ungheria voterà un referendum sull’accoglienza ai “rifugiati” (nrd; o piuttosto sui “migranti” economici intesi come “risorse”, tranne che a…Capalbio?), il cui arrivo di massa ha scioccato la stabilità europea e portato i paesi post-comunisti a rigettare qualsiasi quota di accoglienza dei “newcomers”.
Segue la descrizione dei tours, presso i vari Stati aderenti all’UE, che (secondo criteri di “competenza geopolitica) Merkel, Hollande e Renzi dovrebbero svolgere in preparazione del summit di settembre a Bratislava; che arriva dopo il precedente di giugno, per discutere anche delle trattative per la Brexit (con la controversa candidatura del francese Barnier a condurre i negoziati ai sensi dell’art.50…quando la Theresa May deciderà di avviarli).
Proprio nel precedente di giugno si era visto che la riunione a 27 (cioè l’UE intera senza il Regno Unito, cosa di dubbissima legittimità: ma la rule of law, con i trattati, è una figlia illegittima della “discrezionalità” sregolata che la CGUE riconosce alle istituzioni UE), non intendeva tener in gran conto quanto pre-deliberato nel vertice a tre (fra gli stessi confluiti a Ventotene) svoltosi due giorni prima.

9. Insomma, una completa dimostrazione di futilità, rigidità negoziale, riserve mentali legate alla convenienza nazionalissima da parte della Germania e a un grottesco protagonismo da parte di Italia e Francia, in pieno vaudeville che nasconde un dietro le quinte in cui, nemmeno in tre, possono ormai avere interessi e valutazioni convergenti, al di là delle dichiarazioni di circostanza della Merkel che hanno il senso visto più sopra. Cioè quanto di meno rassicurante per l’Italia, ormai indifesa.
Tanto da lasciar traccia di un semi-scetticismo (semi)riposizionatore:

10. In questo bailamme inconcludente e scontato, ognuno va per sè e i trattati continuano a costituire il flagello per tutti…meno uno.
Stiglitz riprende la sua voce, proseguendo la sua campagna
“anti-euro, anzi, no, bisogna salvarlo, ma non vedo come, però si potrebbe…”
dicendo che “la situazione italiana – in particolare per il suo versante bancario- potrebbe essere l’evento cataclismatico che innescherà la caduta dell’eurozona”, con ciò confermando una nostra analisi, derivata da altra fonte USA, di qualche settimana fa.

Dall’altro lato, insiste sulla sua (irresoluta) analisi economico-politica, “Riforma o divorzio” nell’eurozona, evidenziando “the lack of political will” (cioè l’esatto fenomeno di blocco negoziale e di riserve mentali non cooperative in una società “da trattato” che vive solo di competizione feroce tra gli Stati coinvolti nell’euro).
Solo che ci aveva prima aggiunto lo strafalcione di “sconsigliare” a Renzi l’effettuazione del referendum (sulla riforma costituzionale…prescritto obbligatoriamente dall’art.138 Cost.!), effettivamente, al fine molto pratico di non aggiungersi al quadro di scadenze e consultazioni, sopra viste, che potrebbero condurre al collasso politico del “fogno” €uropeo: quello del mercato del lavoro-merce, coi giovani disoccupati dilaganti e gli immigrati di massa che si assommano alla deindustrializzazione da output-gap che tanto piace alla Germania.

11. Detto così, si capisce bene perché gli USA siano scettici e pessimisti, almeno nei media e nei pensatori più autorevolmente “progressisti”.
Ma non è solo che con la caduta del Muro di Berlino è caduta anche la logica elementare.
Dietro c’è molto di più: c’è la questione di “massima importanza politica” di chi davvero debba governare le società occidentali ex-democratiche.
Nascosti nell’ombra della falsa preoccupazione per la “crisi” €uropea, i neo-liberisti covano il loro keyneismo truffaldino: la prosecuzione della politica oligarchica con altri mezzi e quindi la spesa di guerra (v.qui, pp. 12-13).
Risultati pratici da attendersi più realisticamente?
Il “regno del terrore” e il confitto globale…

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