NOSTRA MADRE LA COSTITUZIONE

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11 aprile 2010 alle ore 22:41
di Ettore Masina
Non c’erano soltanto i vecchi maestri del diritto, quelli che dal fascismo erano stati brutalmente privati delle loro cattedre o se n’erano andati in silenzioso dissenso, e adesso tornavano a dare il loro contributo alle scelte etiche della nazione;
non c’erano soltanto intellettuali di fama mondiale come Benedetto Croce, Ignazio Silone, Luigi Einaudi. La composizione dell’Assemblea costituente, eletta dagli italiani sessant’anni fa per redigere la Carta fondamentale della Repubblica, quella che doveva contenere gli ideali nei quali il nuovo Stato sarebbe vissuto, era assai più varia.
C’erano, per esempio delle donne, per la prima volta nella storia parlamentare italiana. La più giovane di loro, Teresa Mattei, 25 anni, piangeva un fratello che, torturato nelle carceri di via Tasso a Roma, quando le sevizie gli erano diventate insostenibili, si era impiccato per non tradire i compagni; lei, dal canto suo, aveva partecipato alla Resistenza come staffetta e “gappista”, una di quei combattenti clandestini che atterrivano i nemici, colpendoli all’improvviso nel cuore delle città.
Un’altra donna, Teresa Noce, poverissima operaia, poi sindacalista, era andata a combattere in difesa della repubblica spagnola; più tardi, deportata dai nazisti, era sopravvissuta all’orrore del lager di Ravensbruck.
E c’era una socialista testarda e coraggiosa, Lina Merlin, che per anni aveva lavorato alla difesa della dignità della donna, spingendosi fino a reclamare, fra l’orrore dei maschilisti, la chiusura dei bordelli, cui lo Stato concedeva il riconoscimento di aziende regolarmente tassate.
Stavano, queste donne – una ventina – insieme a 500 uomini, che avevano vissuto esperienze non meno importanti. Alcuni di loro avevano perciò (come Sandro Pertini, Ernesto Rossi, Ferruccio Parri…) trascorso lunghi anni nelle carceri del fascismo o erano stati costretti a vivere una vita dura al confino di polizia o in esilio, al-l’estero, come Giuseppe Di Vittorio, Emilio Lussu, Francesco Saverio Nitti… Molti erano rimasti in patria ma vigilati quasi ossessivamente dal regime e ridotti, come Alcide De Gasperi, a lavori impiegatizi minuti, grigi, sproporzionati alla loro cultura e intelligenza. Alcuni avevano sofferto, ancora ragazzi, le violenze del fascismo: Giorgio Amendola aveva poco più di 19 anni quando aveva visto morire il padre Giovanni, deputato e ministro negli anni ’20, a causa delle bastonature che gli squadristi gli avevano inflitto in due successive aggressioni. Alcuni, come Boldrini, Zaccagnini e Dossetti, avevano appena deposto le armi della Resistenza. Da un lager veniva Giuseppe Lazzati, docente universitario, presidente diocesano della Gioventù milanese di Azione cattolica. Dopo l’8 settembre aveva, come 600 mila soldati italiani, ostinatamente ripetuto il suo No ad ogni invito a riconoscere la repubblica di Salò ed era rimasto nella miseria e nei pericoli dei campi nazisti per “internati militari”. C’erano nell’assemblea, naturalmente, i leader dei grandi partiti: Togliatti, Nenni, De Gasperi, Ruini, La Malfa, Saragat, Lelio Basso. Dal loro gruppo sarebbero usciti nei decenni successivi sette presidenti della Repubblica (Einaudi, Gronchi, Segni, Saragat, Leone, Pertini e Scalfaro). Per altri tre costituenti (La Pira, Lazzati e Zaccagnini) sarebbe stata proposta dai cattolici, negli anni ’80, una causa di beatificazione. (…) Un sentimento che univa tutti Queste donne e questi uomini avevano non soltanto diversissime “estrazioni sociali”, come si usava dire, e diversissime esperienze, ma anche diversi ideali politici. Erano marxisti o cattolici o liberali, e talvolta diversi fra loro anche all’interno del marxismo, del cattolicesimo e del liberalismo. Nel Paese la lotta politica divampava, talvolta con asprezze pericolose, ma i costituenti che sedevano nella stessa aula di Montecitorio in cui Mussolini aveva dichiarato la morte della democrazia italiana e annunziato la sua dittatura, esaminavano attentamente le proprie parole poiché sapevano che a loro era affidato il compito di fondare un nuovo Stato, unitario, giusto e pacifico; scrivevano quelle parole con l’inchiostro delle lacrime e del sangue, degli errori e delle consapevolezze in cui il Paese aveva vissuto negli ultimi vent’anni. Un sentimento li univa: la speranza, la volontà di fare sì che non tornasse mai più tanto dolore, che la povera gente non rimanesse confinata nell’ineguaglianza e nell’iner-mità, schiacciata dall’ingiustizia, da una dittatura, dalla follìa delle guerre. Dovendo conquistare un novo futuro, radicalmente diverso dal passato, questo popolo doveva darsi come madre una Costituzione. (…) Ricordo quegli anni con una lucidità che mi sorprende (…). Nelle stazioni ferroviarie, sconvolte dai bombardamenti, i binari dispersi o piegati verso l’alto come per rispondere alla violenza caduta dal cielo, insieme ai resti dei vagoni bruciati sembravano scheletri di mostruosi mastodonti antidiluviani che una tragedia planetaria aveva colpito in un deserto di pietre. Sui marciapiedi ai quali approdava qualche treno che impiegava dieci, dodici ore per viaggiare da Roma a Milano e due giorni per andare da Catania a Torino si ammassavano famiglie devastate dalla guerra, che ora cercavano di ricomporsi.
Di quando in quando su quei marciapiedi si affollavano improvvisamente decine, centinaia di donne: un pietoso tam tam le aveva avvisate che sarebbe passato un treno carico di prigionieri di guerra che finalmente tornavano da lontananze infinite. Le donne si abbarbicavano ai vagoni, quasi impedendo ai reduci di scendere; qualcuna, con un urlo, ritrovava il suo uomo, la maggior parte, come con furia, protendeva verso i volti dei reduci, stralunati dalla fatica del viaggio e dalle emozioni, le fotografie dei suoi cari di cui non aveva più notizie.
Le donne chiedevano imperiose “Guarda, guarda bene… Qui ha in testa la bustina e non si vede ma è pelato, così giovane… Ma non sei della Tridentina, tu, possibile che non lo abbia mai visto?”. La furia si spegneva in un lamento, le donne se ne andavano a testa china. Ma sarebbero tornate, poi, per mesi e mesi, a rovistare ricordi e grumi di dolore. In guerra erano morti 330 mila soldati italiani. Non c’era famiglia che non piangesse un caduto nei deserti o sulle ambe dell’Africa, sui monti della Grecia o dell’Albania, nel gelo sconfinato della Russia. Nelle notti delle mogli e delle madri gemevano le ombre dei dispersi. Nel ghetto di Roma non suonavano più le voci dei bambini. Anche 110 mila civili erano stati uccisi. Questa era stata la guerra di Mussolini. Maledetta la guerra, maledetto il Duce. L’incubo della guerra La guerra, in un certo senso c’era ancora, quando l’As-semblea costituente iniziò i suoi lavori. I trattati di pace non avevano cancellato le tragedie.
C’era ancora il razionamento che non garantiva il pane quotidiano a sazietà, ci sarebbe stato un altro inverno da affrontare senza riscaldamento, senza indumenti adatti; c’erano lunghe fila davanti ai negozi e agli uffici in cui si distribuivano gli aiuti degli americani, del Vaticano.
Un quinto del patrimonio economico dello Stato era andato distrutto. La presenza delle truppe alleate e le norme afflittive dell’armistizio stringevano un cappio al collo della nostra indipendenza. La sovranità nazionale non era ancora ristabilita nell’Alto Adige che i tedeschi avevano incorporato nell’impero nazista. Trieste e la Venezia Giulia erano, formalmente e di fatto, separate dall’Italia. In Sicilia la mafia collegata con le “Famiglie” degli Stati Uniti, la militarizzazione di un banditismo prossimo a un ambiguo movimento indipendentista corrodevano, rendevano esitante, frammentaria la presenza dello Stato. Il referendum istituzionale aveva spaccato il Paese fra monarchici e repubblicani e provocato veri e propri tentativi insurrezionali. Tale era la situazione del nostro Paese.
Questo noi vecchi dobbiamo testardamente ricordare, a costo di essere malamente spintonati, ogni volta che qualcuno osa dire “Scordiamoci il passato” o irridere a certe norme della Costituzione repubblicana: sulla guerra, per esempio, sul fascismo, sul lavoro, sull’unità nazionale. La speranza nelle mani del popolo La Costituzione fu dunque scritta in un momento fatale della storia italiana, anzi il più importante, quello in cui dolore e speranza fecondarono il futuro, tracciando scelte che non erano generazionali perché partorite dai grembi più profondi delle nostre culture.
Per la prima volta tutti i cittadini sopra i 21 anni (e non solo i benestanti, e non solo i maschi) avevano potuto scegliere le persone chiamate a esprimere le loro convinzioni e aspirazioni. Sino a quel momento lo Stato italiano, i poteri pubblici, i diritti e i doveri dei cittadini, dunque i valori alla base della convivenza nazionale erano stati definiti dallo Statuto albertino. Era una costituzione scritta per un piccolo regno, quello di Sardegna, per un popolo di analfabeti e una frazione di dotti e di sapienti; ma era, soprattutto, un documento calato dall’ alto, dalla benevolenza di un grazioso sovrano; e per questo, per la loro gelosa proprietà, i discendenti di Carlo Alberto avevano tranquillamente potuto violarlo sino al grande tradimento del 1922. Nata dai rappresentanti di tutti i cittadini, la Costituzione repubblicana fu posta nelle mani del popolo: nelle nostre mani. L’ombra del Piano Gelli Negli anni seguiti alla sua proclamazione, la Carta fondamentale dello Stato e la Corte chiamata a interpretarla hanno svolto una funzione preziosa, anche se l’informazione al riguardo è purtroppo stata assai scadente e il tentativo di dare vita a una educazione civica che fosse cultura costituzionale è stato vanificato dalla stolidità di certa burocrazia e dalla pochezza intellettuale ed etica di certi cosiddetti statisti. Decine di norme che pretendevano di regolare disinvoltamente, per così dire, la vita dello Stato, i diritti dei cittadini, la sicurezza sociale eccetera sono state bloccate dalla Corte e i legislatori costretti a riscriverle. Di più: quando vi sono stati più o meno palesi attacchi alla democrazia, “tintinnio di sciabole” (per usare una formula famosa) od altre tentazioni di “eccezionalità”, la maggior parte delle forze democratiche ha potuto serenamente opporsi a qualunque tentazione autoritaria, richiamandosi con forza al dettato della Costituzione e convocando attorno ad esso la solidarietà dei cittadini. Proprio per questa ragione la Costituzione non piace a Berlusconi. Fino a qualche tempo fa pensavo che il Cavaliere guardasse alla Costituzione con fastidio, come per un vecchio mobile che contrasta con la modernità di altri arredi. Avrei giurato che la Costituzione, lui, non l’aveva mai letta. Adesso, dopo i discorsi sul possibile ritiro dei suoi parlamentari dalle Camere, sul marciare su Roma, sulla lotta nelle piazze, ho mutato parere.
Il vecchio adepto della P2 non ha mai dimenticato il “Piano Gelli”: il cui primo presupposto è la rielaborazione della Carta per ridurre il controllo dello Stato e del Parlamento sui poteri economici. Vuole una Repubblica presidenziale, quale la riforma prevede perché, certo di tornare al governo, non vuole impedimenti all’esercizio del proprio potere. Mentre tutti i commentatori politici, mi pare, scrivono che Berlusconi è costretto a battersi nella battaglia referendaria dalla necessità di non perdere il sostegno dei leghisti, io penso che il sostegno dei leghisti gli interessi proprio perché anche loro vogliono il cambio della Costituzione. Negli ultimi giorni, anzi, li ha spinti a non tentare trattative con gli avversari. La logica di un feroce capitalismo
Nella loro battaglia per la devolution, i leghisti non sono un fenomeno eversivo soltanto italiano, tanto meno nuovo. Dovunque via sia un’entità statale nei cui confini sussistano aree di differente ricchezza, l’ottusità di un egoismo di massa preme verso una secessione. I discorsi fatti a Verona o a Varese sulle aree produttive costrette a trainare quelle dei ladroni o degli infingardi, sono soltanto linguisticamente diversi da quelli che risuonano ai bordi dei campi da golf di São Paulo, locomotiva del miracolo brasiliano. Il frazionamento della Federazione Jugoslava reca lo stesso marchio di violenza e di superbia, di disprezzo per la solidarietà. Nonostante le tensioni del nostro tempo lo dimostrino giorno dopo giorno, la tentazione di alzare muri di separazione è vastissima. La Lega crede di poterne iniziare la costruzione, immiserendo l’unità nazionale. I suoi sostenitori, i ricchi che vogliono godersi in toto il proprio benessere, non conoscono la storia e non vogliono conoscerla. Del resto, se passa la devolution, la storia potranno riscriverla a proprio uso e consumo nelle “loro” scuole. Chissà se citeranno i soldi del Banco di Napoli trasferiti al Nord, appena realizzata l’unità d’Italia, per finanziare l’industrializzazione del Piemonte e della Lombardia, e la forza-lavoro del Sud costretta a emigrare in paesi lontani o risalire la Penisola in condizioni di inermità. Viene da piangere quando si considera la differenza fra gli antichi e i modernissimi costituenti, dominati questi ultimi dalla ferocia di un capitalismo dialettale e senza etica. Fedeltà al nostro passato Il “No” al prossimo referendum (quest’occasione così rischiosa perché ogni astensione dal voto conterà, di fatto, come un sì alla costituzione “riformata” secondo Berlusconi, Bossi e Casini) è dunque un voto rinnovato alle scelte di libertà, di giustizia, di solidarietà che l’Italia fece dopo l’esperienza del fascismo, di una guerra terribile e di una coraggiosa resistenza al razzismo. Mai come questa volta il Paese è chiamato ad essere fedele ai momenti più alti della propria storia. E non basta. Man mano che si va verso la data del referendum, i due poli, incerti sui risultati, propongono trattative. Da varare prima del voto, dice Bossi, da non escludere, ma dopo, dicono gli arciprudentissimi olivetani. Ogni possibilità d’accordo non è di per sé scandalosa. Ma la fedeltà al nostro passato sarà tanto più garantita quanto più il voto contrario allo stravolgimento non sarà una bandiera sventolata da una esigua parte di cittadini.

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