Il doppio segnale da Palazzo Chigi

o-RENZI-facebook-610x350Esplora il significato del termine:
Renzi si trova a un bivio: o riconoscere la responsabilità di quanto è avvenuto, e rimanere premier indebolito; o indicare un candidato alternativo, sapendo che potrà porre condizioni ma non dettarle al capo dello Stato, e nemmeno a tutto il Pd e al Parlamento
di Massimo Franco
Renzi si trova a un bivio: o riconoscere la responsabilità di quanto è avvenuto, e rimanere premier indebolito; o indicare un candidato alternativo, sapendo che potrà porre condizioni ma non dettarle al capo dello Stato, e nemmeno a tutto il Pd e al Parlamento
di Massimo Franco
Esplora il significato del termine: La teoria di candidati che ieri ha sfilato nello studio di Matteo Renzi a Palazzo Chigi manda un segnale in due direzioni: all’interno del Pd e al Quirinale. Al suo partito, il premier dimissionario comunica che il suo passo indietro è stato compiuto solo in parte:resterà come segretario e dal 18 dicembre comincerà la campagna congressuale. Dunque, qualunque congiura allo stato nascente dovrà fare i conti con il suo gruppo di potere, determinato a mantenere comunque il controllo sui Dem e, in caso di elezioni, sulle liste per Camera e Senato. Al capo dello Stato, forse senza nemmeno volerlo, Renzi mostra che sta tenendo «consultazioni parallele» a quelle ufficiali, perché le chiavi della crisi e della maggioranza parlamentare le ha in mano lui.
Ricevere uno dopo l’altro prima il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, poi quello degli Esteri, Paolo Gentiloni, dato nelle ultime ore come possibile successore di Renzi, rendendo noti i colloqui con un comunicato ufficiale, significa additare a Sergio Mattarella la possibile soluzione. E incontrarli a Palazzo Chigi e non nella sede del partito, sottolinea la singolarità di un premier che dice di essere fuori ma non rinuncia al ruolo di capo del governo. Anzi, vuole farlo pesare fino all’ultimo per condizionare l’esito dello psicodramma apertosi con la disfatta referendaria del 4 dicembre. La sensazione è che una strategia tesa a sfruttare a proprio favore quel risultato miri a piegare entrambi i destinatari.
Tra i Dem la sensazione che Renzi li possa portare a sbattere involontariamente è diffusa. E sta crescendo la preoccupazione di trasformare il dialogo col presidente della Repubblica in un confronto arrischiato. È come se Palazzo Chigi vedesse il Quirinale e le sue prerogative non per quello che sono secondo la Costituzione, ma come sarebbero state in caso di vittoria dei Sì al referendum: e cioè un capo dello Stato espresso dalla maggioranza di governo e incline ad assecondarne le indicazioni. Il fatto che Mattarella sia figlio del maggiore successo renziano, un’elezione quirinalizia che ricompattò il Pd, rafforza questa controversa convinzione dell’esecutivo.
Quanto al partito, sottovoce magari si parla di un segretario-premier che sta dissipando un patrimonio di voti e di valori. Lo si accusa di avere «mistificato il significato del referendum», e di non avere capito l’Italia. Si parla di un rischio reale di «suicidarsi politicamente», e non solo nelle file della minoranza. Eppure, nessuno appare in grado di trasformare il mugugno in uno scontro aperto. Sulla nomenklatura, meno ormai sull’elettorato, Renzi mantiene una presa a prova di rivolta. Il risultato è quello di evocare una sorta di «sindrome dei lemming»: i piccoli roditori artici che secondo la leggenda si suicidano in massa senza rendersene conto durante le loro migrazioni.
L’obiettivo del segretario-premier dimissionario, secondo gli esegeti più fedeli, rimane quello di dimostrare che dopo di lui non ci sarà nulla di duraturo: al massimo una compagine che ha il compito di approvare una riforma elettorale e portare il Paese alle elezioni entro giugno al massimo, mantenendo un controllo ferreo sulle nomine col sottosegretario Luca Lotti. Sulla scadenza, assicura un esponente governativo, ci sarebbe una convergenza di massima col Quirinale. La tesi è da verificare. Nel momento in cui nasce un nuovo governo, sarà tale «senza aggettivi». E non potrà limitarsi a archiviare l’Italicum. Dovrà anche sbloccare provvedimenti sociali urgenti a favore dei terremotati e delle fasce più povere, insabbiati da mesi in Parlamento per colpa del referendum.
Altrimenti crescerebbe la rabbia antisistema. Anche perché la convinzione è che sarà complicato arrivare rapidamente a una riforma elettorale condivisa: a meno che una coalizione guidata dal Pd, magari da un Renzi tornato clamorosamente sui propri passi, non opti di nuovo per norme fatte passare ponendo la questione di fiducia. Ma procedere a strappi, con altre forzature dopo il responso popolare del 4 dicembre, equivarrebbe a non volere capire; e accelerare la marcia di avvicinamento al potere del M5S e della Lega, sempre più in sintonia anche nella richiesta di elezioni al più presto.
L’esito di questa crisi rimane dunque aperto. E dopo una campagna referendaria avvelenata e dispendiosa, Renzi si trova a un bivio: o riconoscere la responsabilità di quanto è avvenuto, e rimanere premier indebolito; o indicare un candidato alternativo, sapendo che potrà porre condizioni ma non dettarle al capo dello Stato, e nemmeno a tutto il Pd e a tutto il Parlamento. L’odore della Prima Repubblica si sta già diffondendo. Il paradosso è che a spargerlo sia proprio il politico che doveva archiviare la Seconda e entrare trionfalmente nella Terza, con una Costituzione a immagine e somiglianza della nuova era.La teoria di candidati che ieri ha sfilato nello studio di Matteo Renzi a Palazzo Chigi manda un segnale in due direzioni: all’interno del Pd e al Quirinale. Al suo partito, il premier dimissionario comunica che il suo passo indietro è stato compiuto solo in parte:resterà come segretario e dal 18 dicembre comincerà la campagna congressuale. Dunque, qualunque congiura allo stato nascente dovrà fare i conti con il suo gruppo di potere, determinato a mantenere comunque il controllo sui Dem e, in caso di elezioni, sulle liste per Camera e Senato. Al capo dello Stato, forse senza nemmeno volerlo, Renzi mostra che sta tenendo «consultazioni parallele» a quelle ufficiali, perché le chiavi della crisi e della maggioranza parlamentare le ha in mano lui.
Ricevere uno dopo l’altro prima il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, poi quello degli Esteri, Paolo Gentiloni, dato nelle ultime ore come possibile successore di Renzi, rendendo noti i colloqui con un comunicato ufficiale, significa additare a Sergio Mattarella la possibile soluzione. E incontrarli a Palazzo Chigi e non nella sede del partito, sottolinea la singolarità di un premier che dice di essere fuori ma non rinuncia al ruolo di capo del governo. Anzi, vuole farlo pesare fino all’ultimo per condizionare l’esito dello psicodramma apertosi con la disfatta referendaria del 4 dicembre. La sensazione è che una strategia tesa a sfruttare a proprio favore quel risultato miri a piegare entrambi i destinatari.
Tra i Dem la sensazione che Renzi li possa portare a sbattere involontariamente è diffusa. E sta crescendo la preoccupazione di trasformare il dialogo col presidente della Repubblica in un confronto arrischiato. È come se Palazzo Chigi vedesse il Quirinale e le sue prerogative non per quello che sono secondo la Costituzione, ma come sarebbero state in caso di vittoria dei Sì al referendum: e cioè un capo dello Stato espresso dalla maggioranza di governo e incline ad assecondarne le indicazioni. Il fatto che Mattarella sia figlio del maggiore successo renziano, un’elezione quirinalizia che ricompattò il Pd, rafforza questa controversa convinzione dell’esecutivo.
Quanto al partito, sottovoce magari si parla di un segretario-premier che sta dissipando un patrimonio di voti e di valori. Lo si accusa di avere «mistificato il significato del referendum», e di non avere capito l’Italia. Si parla di un rischio reale di «suicidarsi politicamente», e non solo nelle file della minoranza. Eppure, nessuno appare in grado di trasformare il mugugno in uno scontro aperto. Sulla nomenklatura, meno ormai sull’elettorato, Renzi mantiene una presa a prova di rivolta. Il risultato è quello di evocare una sorta di «sindrome dei lemming»: i piccoli roditori artici che secondo la leggenda si suicidano in massa senza rendersene conto durante le loro migrazioni.
L’obiettivo del segretario-premier dimissionario, secondo gli esegeti più fedeli, rimane quello di dimostrare che dopo di lui non ci sarà nulla di duraturo: al massimo una compagine che ha il compito di approvare una riforma elettorale e portare il Paese alle elezioni entro giugno al massimo, mantenendo un controllo ferreo sulle nomine col sottosegretario Luca Lotti. Sulla scadenza, assicura un esponente governativo, ci sarebbe una convergenza di massima col Quirinale. La tesi è da verificare. Nel momento in cui nasce un nuovo governo, sarà tale «senza aggettivi». E non potrà limitarsi a archiviare l’Italicum. Dovrà anche sbloccare provvedimenti sociali urgenti a favore dei terremotati e delle fasce più povere, insabbiati da mesi in Parlamento per colpa del referendum.
Altrimenti crescerebbe la rabbia antisistema. Anche perché la convinzione è che sarà complicato arrivare rapidamente a una riforma elettorale condivisa: a meno che una coalizione guidata dal Pd, magari da un Renzi tornato clamorosamente sui propri passi, non opti di nuovo per norme fatte passare ponendo la questione di fiducia. Ma procedere a strappi, con altre forzature dopo il responso popolare del 4 dicembre, equivarrebbe a non volere capire; e accelerare la marcia di avvicinamento al potere del M5S e della Lega, sempre più in sintonia anche nella richiesta di elezioni al più presto.
L’esito di questa crisi rimane dunque aperto. E dopo una campagna referendaria avvelenata e dispendiosa, Renzi si trova a un bivio: o riconoscere la responsabilità di quanto è avvenuto, e rimanere premier indebolito; o indicare un candidato alternativo, sapendo che potrà porre condizioni ma non dettarle al capo dello Stato, e nemmeno a tutto il Pd e a tutto il Parlamento. L’odore della Prima Repubblica si sta già diffondendo. Il paradosso è che a spargerlo sia proprio il politico che doveva archiviare la Seconda e entrare trionfalmente nella Terza, con una Costituzione a immagine e somiglianza della nuova era.

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